Quattro cose che i family office fanno meglio delle banche…

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I family offices sono una forza emergente nella finanza in questi ultimi anni.  Formati da pochi professionisti (in numero sicuramente inferiore a quello di certe banche di investimento) prendono decisioni  libere e indipendenti dalle investment banks e dagli asset manager. Più famiglie o addirittura una famiglia facoltosa affida la gestione e la crescita dei propri asset a strutture modellate e costruite secondo le proprie esigenze e non a strutture già preesistenti create da soggetti terzi (banche e asset manager in questo caso).Il family office è il nostro mestiere e  lo conosciamo bene: ci siamo imbattuti in  questo articolo del Wall Street Journal dove si parla del mercato dei FO in america ed è interessante capire come per esempio i family office investono negli Stati Uniti. Lo vedete dalla figura qui sotto

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Questa asset allocation al di là delle percentuali di allocazione delle risorse ci dice anche alcune altre cose:

  • i family office competono con le boutique di advisory e banche di affari nelle acquisizioni
  • finanziano startup (questo sopratutto è un fatto che si deve alla generazione dei Millennials che assume sempre più responsabilità al loro interno)
  • sono attivi nel Real Estate
  • assumono professionisti dalle banche di affari.

Le banche d’affari hanno capito il tema: i family office diventano loro concorrenti in molti deal sottraendo quindi flussi di commissioni che prima erano più certe e lo hanno capito anche le banche commerciali: in Italia UniCredit sta rilanciano Cordusio SIM mentre Intesa  investe molto nelle attività di comunicazione di Intesa Wealth Management.

Se il banchiere centrale perde l’indipendenza

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Gli avvenimenti di politica internazionale di queste ultime settimane oltre ad aver lasciato una scia di incertezza fra operatori e commentatori hanno generato ipotesi su come due Paesi  ( Inghilterra e Stati Uniti) che sono stati protagonisti di questi avvenimenti (Brexit ed elezioni presidenziali) gestiranno alcune situazioni.

La prima è la perdita dell’indipendenza delle banche centrali. Secondo Wolfgang Munchau del Financial Times sia Trump che Theresa May in Inghilterra nomineranno i due governatori delle banche Centrali fra gli appartenenti al loro inter circle ponendo fine al mito dell’indipendenza della banca centrale.

I consiglieri di Trump qualche settimana fa durante  la campagna elettorale sono stati chiari: il presidente vorrebbe, nel caso fosse eletto, vedere alla banca centrale un banchiere che rispecchia la sua idea di politica economica. Non vorrebbe un un banchiere che ha creato una falsa economia grazie a una politica di bassi tassi di interesse e che non ha sostenuto la crescita ma creato una bolla.

E se ci sono banchieri come Victor Constancio della BCE che sostengono che Trump porterà incertezza con la sua politica protezionistica anche in Inghilterra, Theresa May, non le manda a dire al suo banchiere centrale velatamente accusato di aver sbagliato la politica monetaria. Secondo la May la banca di Inghilterra non favorendo abbastanza la crescita, resta comunque un fatto che Mark Carney, il governatore ha già chiarito che lui non si fa dettare l’agenda dalla politica.